Dicono che l’abito non fa il monaco… pero fa

in Argentina/Vita contemplativa by

Sono sempre tante le cose che uno deve ai propri genitori, nel mio caso ho ricevuto da mio padre le cose più importanti e di valore; la Fede, l’amore a Dio, alla Chiesa e alla patria, e tutto ciò a cui portano questi tre amori che frequentemente si fondono in uno solo. Tra le tante cose che da lui ho ricevuto, ricordo una frase che disse una volta citando un pensatore spagnolo del quale adesso non ricordo il nome, “dicono che l’abito non fa il monaco, pero fa”. Frase carica di contenuto e sapienza popolare che adesso, essendo passate solamente tre ore dall’imposizione dell’abito monastico di quattro monaci della nostra famiglia religiosa, tra i quali ho l’onore di essere anch’io, è ancor più piena di contenuto emotivo e di maggiore profondità.

Sì, l’abito religioso è un segno, un segno di qualcosa di sublime, non a caso il nostro direttorio di Vita Contemplativa dice: “come segno del loro appartarsi dal mondo e della loro consacrazione a Dio nella vita monastica, i monaci vestiranno un abito”. Un segno, che timidamente attraversa con un piede la frontiera che divide l’ambito di ciò che è semplicemente apparente per poggiarlo con forza nell’ambito del reale, oppure, espresso semplicemente e profondamente in due parole… “però fa”.

E dicono che l’abito non fa il monaco, però fa e fa perché ogni giorno quando ci vestiamo ricordiamo a noi stessi quell’appartarsi dal mondo e la consacrazione che esso simbolizza; perché l’abito con un grido silenzioso proclama al mondo, e ad ogni persona che incontri un monaco, che non siamo fatti per il mondo ma per colui che lo ha creato e redento. È difficile dimenticare questa trascendente realtà scontrandoci ogni giorno con un tale segno. Difficile, però non impossibile, perché è certo che con dolore abbiamo visto tanti che vivono come se il trascendente non fosse, anche se essi stessi fossero chiamati ad esserne il segno, però è anche certo che l’abito religioso è ciò che per primo si attacca e si denigra quando si vuole vivere senza avvicinarsi al Creatore dell’universo.

E dicono che l’abito non fa il monaco però fa perché quando si veste il saio, il monaco deve aver presente che Dio stesso lo ha separato dagli altri uomini “per essere un’impronta concreta della Trinità nella storia”, essere rivestito delle virtù di Nostro Signore. E fa anche perché il cappuccio non è per il monaco un cappello o una buona forma affinché nessuno gli dia fastidio, e un ricordo del fatto che la propria vita deve tendere verso l’alto, che è fatto solamente per Dio, realtà che vibra in ogni parte del suo essere, Dio solo. E al cingere sul suo corpo e il cinturone di cuoio il monaco ricorda la sua finalità oblativa e riparatrice, davanti a Dio, dei propri peccati, quelli della sua famiglia religiosa e di tutta la Chiesa, imitando Cristo, suo ideale, che con liberissimo amore ha versato fino all’ultima goccia del suo sangue per i peccatori. E l’abito continua a fare al monaco perché, proteggendo le sue spalle con lo scapolare della sua Santissima Madre, attualizza ancora una volta il suo voto a Maria imitando il Divino Verbo che nel suo seno verginale dimorò per nove mesi. E se le sue dita sfiorano lo scudo della sua consacrazione, sappia che non solo lo deve portare con orgoglio ricamato sul suo petto ma, e soprattutto, ricamato nel proprio cuore, perché il monaco è l’avanguardia dell’Istituto e guardiano del suo spirito.

Dicono che l’abito non fa il monaco… però FA.

 Mi raccomando alle vostre preghiere. In Cristo e la sua dolce Madre.

 

José Ignacio de los Ángeles Berarducci, monaco dell’Istituto del Verbo Incarnato.

Solennità di Nostra Signora di Lujan – 8 Maggio 2013

Rispondi